Made in Est Europa, dove lo sfruttamento è di genere

La situazione della manodopera femminile. CAP. 7 del rapporto “Stitched up: salari da povertà per i lavoratori dell’abbigliamento nell’europa orientale e in turchia” della Clean Clothes Campaign.

 

lavoratrice est europa“La mia vita è fatta di lavoro in fabbrica e di lavoro di cura per mia madre e per mio figlio. Non ho una vita mia. Se fossi da sola, andrei
a vivere in Spagna, ma ho delle responsabilità verso la mia famiglia.
Vivo con la speranza che un giorno le cose cambieranno, che verrò pagata il giusto per il duro lavoro che faccio. Lavorerei solo 8 ore al giorno, andrei in vacanza, andrei al cinema e a teatro.
Vedrei mio figlio e mia madre sorridere più di frequente”.
Testimoniananza di una Lavoratrice bulgara

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Con il crescere dei salari in Asia buona parte della produzione dell’abbigliamento è tornata nei Paesi dell’Europa dell’est e in Turchia.
Qui il settore dell’abbigliamento è il peggiore di tutta l’industria manifatturiera in termini di retribuzioni: nei settori a predominante presenza maschile i salari possono essere tre volte più elevati.
Nel settore abbigliamento dell’Est Europa le donne rappresentano il 90% degli occupati.
In Turchia la composizione di genere è più variegata: le posizioni di lavoro regolari sono ricoperte in maggioranza da uomini, mentre al fondo della catena di fornitura, nei “sottoscala” e a domicilio, opera quasi esclusivamente personale di genere femminile.
In Georgia è stata reintrodotta la tradizionale divisione del lavoro per genere: gli uomini sono prevalentemente impiegati in lavori “difficili”, come conducenti di mezzi, elettricisti, caposquadra, operatori, nelle operazioni di consegna, e sono meglio pagati delle donne. Le donne, al contrario, occupano “posti interni” sotto la pesante pressione del sistema produttivo a cottimo.
Nei paesi ex-socialisti la cucitura dei capi di abbigliamento è un tipo di lavorazione eseguita quasi esclusivamente dalle donne. Gli uomini sono
impiegati nei reparti di stiratura o imballaggio, oppure operano con la qualifica di “macchinisti”, che dà loro diritto a paghe più elevate.
Le operaie addette alla cucitura vengono pagate per quota di produzione o a cottimo e ricevono il salario minimo legale; gli addetti alla logistica, al taglio dei tessuti o alle operazioni di imballaggio – normalmente uomini – ricevono una paga oraria e in genere più del salario minimo legale (che come noto non garantisce la sussistenza).
Questa divisione del lavoro per genere all’interno della stessa realtà produttiva viene utilizzata per giustificare i livelli salariali più elevati percepiti dagli uomini nel comparto industriale

Le donne “manodopera responsabile e… ricattabile”

In Macedonia le donne affermano di lavorare solo per l’assicurazione sanitaria che considerano un bene prioritario da garantire alle proprie famiglie. Per i cittadini macedoni che vivono in condizioni di povertà un contratto di lavoro rappresenta la chiave di accesso ai servizi sanitari. In Slovacchia, Bulgaria, Macedonia e Romania un gran numero di lavoratrici sono madri sole (circa il 30-60%) o l’unico sostegno della famiglia in quanto molto spesso i mariti sono disoccupati, e per di più quasi sempre hanno genitori o suoceri da accudire.
I racconti delle donne testimoniano una grande difficoltà, il triplo carico che poggia sulle loro spalle: il lavoro salariato per mantenere la famiglia, il lavoro di cura e domestico, il lavoro in campagna per integrare le paghe misere con qualche prodotto della terra.
Non c’è solo il senso della privazione materiale in queste testimonianze, ma anche l’angoscia per la cronica mancanza di tempo. Le donne intervistate aspirano ad avere più tempo da dedicare alla famiglia, ai figli, e anche a se stesse, ma insieme a questo avvertono tutta l’urgenza di guadagnare di più per mantenere la famiglia.
Sotto il peso di questi sacrifici decine di migliaia di donne si rovinano la salute, mentalmente e fisicamente. Le lavoratrici dell’abbigliamento non hanno né tempo né denaro per sottoporsi ad accertamenti medici o indagini diagnostiche preventive.
Non è solo questione di carichi di lavoro, ma anche del subire molestie in quanto donna.
Ex dipendenti di fornitori turchi di Hugo Boss hanno portato testimonianze molto precise in proposito. Si tratta di veri e propri casi di mobbing, un’altra arma con la quale i superiori e i dirigenti esercitano pressioni sulle lavoratrici. Il gruppo di lavoratrici turche ha raccontato di aver dovuto firmare un contratto che conteneva una clausola in base alla quale esse si impegnavano a non avere gravidanze per i prossimi 5 anni. Una delle donne intervistate ha riferito che una sua collega ha deciso di abortire per la paura di perdere il lavoro avendo “violato” il contratto.
Fra le donne intervistate nella regione dell’Anatolia Orientale in Turchia, vi erano anche giovani di età compresa fra i 18 e i 30 anni, che lavoravano per mettere insieme i soldi per la dote. Per la maggioranza di loro la fabbrica è un luogo di passaggio in attesa del matrimonio, ma il lavoro è anche un’occasione per uscire di casa e socializzare. Se anche le condizioni non sono buone, la fabbrica resta uno spazio dove le donne possono guadagnarsi da vivere e sentirsi più libere che non rimanendo fra le mura domestiche.
La paga è di circa 730 TL (238 euro) al mese. Secondo i loro calcoli, servirebbero almeno 1.020 TL (332 euro) per condurre una vita dignitosa, esattamente il minimo di sussistenza indicato dalla confederazione sindacale Turk-Is. Le donne cercano di colmare il divario
fra le esigenze della vita e i salari percepiti facendo ore di lavoro straordinario. Poiché le maggiorazioni non vengono corrisposte in conformità con le leggi, per 30-50 ore supplementari di lavoro guadagnano 160-200 TL (52-65 euro). Senza lo straordinario non
sarebbe possibile per le lavoratrici coprire le spese essenziali, benché esse debbano già sacrificare la maggior parte di ciò che è indispensabile, per esempio l’istruzione dei figli, le attività culturali, il vestiario, le vacanze, la salute, la manutenzione delle abitazioni.
Le donne sono più vulnerabili e dipendenti dal proprio posto di lavoro per molte ragioni, e fra queste l’enorme paura di perdere quel minimo di protezione sociale acquisita per se stesse e per le famiglie. La loro paura viene sfruttata dai datori di lavoro per costringere le donne ad accettare le peggiori condizioni di lavoro.